Antisocialità e asocialità

C’è un errore in termini quando psicologi e moralisti, in buona fede (voglio credere), giudicando gli spiriti liberi dell’epoca contemporanea, li classificano sotto la categoria degli asociali; giacché asociale significa estraneo alla società, cioè privo di una coscienza sociale. Anche se l’idea di coscienza sociale sia molto sfocata nella mente degli individui e si possa esprimere solo attraverso ridicole semplificazioni, gli spiriti liberi, tramite approfondimento, hanno un’idea chiara di cosa sia la coscienza sociale e attraverso quali meccanismi essa si mantiene in vita. Semplicemente essi non condividono questi meccanismi, ricercano, attraverso una visione diversa della vita, qualcos’altro, che li porta naturalmente ad opporvisi, facendo saltare gli ingranaggi sociali; proprio perché a modo loro sono riusciti a permeare la realtà sociale attraverso ragionamenti logici, è più corretto classificarli come antisociali, poiché quei ragionamenti logici semplicemente sono incompatibili nel contesto dell’ordine dominante in cui sono stati formulati.

Il punto cruciale è questo: condividendo per assurdo le definizioni psicologiche di antisociale e asociale, assumendo che queste non siano elucubrazioni da fanatici del conformismo, può un asociale, in seguito a trasformazioni della coscienza sociale a lui estranea, diventare sociale? No, a differenza dell’antisociale, che lascia uno spiraglio aperto, per una possibile compatibilità con un’eventuale configurazione futura dello stato delle cose. L’antisociale, che non condivide e attacca le regole della società, si pone in modo trasformativo verso tutto ciò che lo circonda, distrugge per poter ricreare, rifiuta l’adattamento all’abitudine e all’esistente, giudicandoli opprimenti. Se si crede in quest’ultima affermazione, la prospettiva si può ribaltare affermando che proprio gli individui più inseriti e carismatici della società, siano i veri asociali, a causa del loro conformismo e della loro apatia verso ciò che li circonda. L’asociale forse è quell’antisociale che ha perso la speranza nelle proprie capacità trasformative nel mondo, e che quindi si rassegna in un isolamento, materiale o spirituale, egoistico o meno, che gli psicologi e i ficcanaso in genere presumono essere dannoso per la sua salute stessa.

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