La metamorfosi nichilista

Quanto è sicuro l’individuo della correttezza e dell’onestà dei suoi movimenti! Quanto è convinto che i risultati dei suoi sacrifici saranno gratificanti e che le sue azioni non saranno state vane! Tutti con le proprie certezze, il credente con Dio, lo schiavo con lo Stato, il poliziotto col manganello, e il rivoluzionario con la sua teoria. Dato che vanno tutti in contrasto l’uno con l’altro, ognuno deve farsi coraggio, il procedere deve essere forte abbastanza per fugare ogni incertezza, altrimenti si esita troppo; la certezza è necessaria per la legge di conservazione (che comunque, come ogni legge, non è infrangibile), perché ha l’obiettivo di preservare gli individui stessi da eventuali debolezze. In fondo, è prima di tutto per se stessi che si agisce, anche nel comportamento più filantropico (cfr. volontà di potenza). Ma qual è il limite che separa l’istinto di conservazione e l’istinto di sopraffazione? Quanto di quello che facciamo per preservare noi stessi non causa danno agli altri? E’ difficile capirlo, la questione si potrebbe liquidare se gli esseri viventi esprimessero tutti lo stesso quantitativo di forza, da potersi annullare a vicenda. Né vincolo né libertà avrebbero senso, poiché si è già liberi, esprimendo una forza pari a quella degli altri, non si opprime quella altrui né si diviene oppressi, un’utopia praticamente.

Dobbiamo quindi analizzare le strutture e le rappresentazioni, perché queste ci riguardano intimamente in quanto base per l’espressione della potenza. Dico cioè che: ogni individuo ha in se un quantitativo imprecisato di potenza, in parte espresso e in parte potenziale, e che dobbiamo giudicare per ciò che le apparenze permettono di capire. Ma non possiamo lasciarci ingannare più di tanto dalla misura che abbiamo inventato per quantificare questa potenza. Che si rappresenti il padrone o lo schiavo, entrambi aspirano ad un aumento della propria potenza, fino all’annullamento delle resistenze interiori che sono state principio e concausa all’aumento stesso. Chiaramente il padrone è in vantaggio in un dato momento, ma i ruoli potrebbero tranquillamente invertirsi, in uno stato futuro, al di là della rappresentazione attuale; perché ogni uomo porta in cuore quel germe che sotto una forza eccessiva fa rigettare fuori la sua potenza in eccesso, fino a farlo sembrare un mostro.

I rivoluzionari di ogni tempo sono ovviamente a favore degli oppressi. L’assunto del loro agire è che gli oppressi, un giorno liberi, siano capaci di costruire una società più giusta, migliore. Ma questa è sempre una certezza artificiale, un qualcosa che si spera che verrà, una fede, utile per proseguire con decisione il cammino intrapreso. E’ questa fede che li porta ad avere un sentimento generale di filantropia piuttosto che di disprezzo. Ma con una superficiale occhiata alla rappresentazione d’oggi, cerchiamo di capire com’è, se esiste, la relazione oppressore-sfruttato. Negli ultimi decenni la società, almeno in occidente, è diventata più "aperta": non più separazioni sulla base di titoli, non più caste aristocratiche, è stato trovato il collante che cerca di unire i subordinati, causa di instabilità nell’ambiente, alle classi dominanti. Non tanto decisioni prese con la forza, ma con il consenso popolare, con il coinvolgimento al potere attraverso la democrazia. I subordinati hanno dovuto primariamente accettare le regole del gioco: quelle che comportano dei rischi ma anche privilegi nella competizione capitalista, e quelle che preservano e difendono incondizionatamente le istituzioni, con anche l’obiettivo di perfezionarle. Così oggi anche un operaio, almeno formalmente, può aprirsi una piccola attività, che può col tempo ingrandirsi, alleviandolo dall’abbruttimento del vecchio lavoro. Oppure altro esempio: l’operaio che paga l’università al figlio che diventerà magistrato. Quindi, non più isolamenti e divisioni come una volta: il proletariato da una parte, la borghesia dall’altra; la gerarchia rimane, ma dappertutto si può vedere questa logica del recupero e del coinvolgimento nella società che è possibile grazie ad una nuova ideologia: il consumismo; la persuasività del consumismo si realizza grazie ad un abbassamento della capacità e della volontà di capire lo stato delle cose, e quindi anche della capacità di desiderare cambiamenti e trasformazioni dell’ordine attuale, riducendo e dirottando così il campo dei bisogni primari e vitali. Non tanto libertà e ozio, quanto abbigliamento alla moda e automobili, e se per raggiungerli è necessario fare degli straordinari, li si fa ben volentieri. Così, nella società moderna non si violenta la dignità dell’individuo, e se lo si fa è un fatto assolutamente accidentale; ma la si modifica con meccanismi più sottili, come l’imborghesimento, in modo che diventi il più conforme possibile alle necessità delle classi dominanti.

In questo contesto si colloca il compito rivoluzionario, e molti si chiedono: ha senso oggi porsi in termini rivendicativi contro il potere, quando proprio l’oggetto della rivendicazione (la merce) è parte fondante del potere stesso? Gli sfruttati d’oggi hanno bisogno di salari (non di cassa integrazione) da poter impiegare nuovamente, attraverso i consumi, nel ciclo produttivo. Se si accettano le regole del sistema produttivo attuale, si rafforza il potere d’oggi e si creano nuove basi per il potere di domani, i futuri discendenti degli sfruttati d’oggi che hanno ottenuto qualcosa attraverso le rivendicazioni, saranno i potenti di domani, i ruoli possono benissimo capovolgersi. Pensiamo per esempio alla schiavizzazione degli immigrati o a come si è spostato lo sfruttamento vero, quello tipico di qualche secolo fa, dalla nostra società a quelle dei paesi sottosviluppati, che tendono ad impoverirsi progressivamente col tempo, in particolare dall’avvento della globalizzazione (che è la reazione a lungo termine del potere ai movimenti del ’68). Qui vediamo forse la relazione tra istinto di conservazione e istinto di sopraffazione: riproducendo rivendicazioni non è detto che la situazione migliori in senso più ampio, finché si mantiene in vita lo stesso sistema produttivo, perché così i tecnocrati hanno tutto il tempo di ragionare e correggere.

Allora, non ci resta che agire individualmente. Da ognuno secondo le proprie forze in uno stato di libertà assoluta, ad ognuno secondo le conseguenze delle forze espresse. D’altronde non possiamo dire cosa sia giusto e sbagliato per gli altri, perché la nostra visione delle cose in quel momento scaturirebbe da una morale preconcetta nella nostra mente, e l’anarchia sicuramente non è una morale. Non possiamo convincere gli altri a staccarsi dalla caviglia la catena che non vedono…

Infine, una riflessione generica sull’individuo: questo non è classificabile in una forma fissa nel tempo, ma è un continuo rimescolarsi di istinti e passioni, di conseguenza ne risulta una figura incoerente e inaffidabile. Non dobbiamo sorprenderci se quelli che si credeva nel giusto e con i quali e per i quali si è combattuto, all’improvviso causano in noi un sentimento di tradimento. L’imprevedibilità dei sentimenti ci deve portare a considerare la realtà per ciò che è al momento, non con un atteggiamento di tensione verso un’utopia, cioè una cosa che si vuole realizzare in un futuro per cui io mi adatto in funzione di questa cosa, perché attraverso quest’astrazione ci stacchiamo troppo dalla realtà, spesso diventando anche impersonali, cioè alienandoci e diventando anche facilmente incomprensibili.

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